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13 ottobre 2026AI in aziendaMetodo

Sito fatto con l'intelligenza artificiale: cosa chiede Google da ottobre 2026

Oggi un sito si fa con l'AI in poche ore, testi compresi. Il 1° ottobre 2026 Google ha messo per iscritto che quei testi vanno riletti da una persona prima di pubblicarli, anche quelli che si vedono solo nei risultati di ricerca. Cosa vuol dire per una piccola impresa, e una verifica da cinque minuti da fare sul proprio sito.

Fare un sito con l'intelligenza artificiale oggi richiede poche ore. I testi delle pagine, i titoli che compaiono su Google, le descrizioni sotto i titoli, perfino le didascalie delle foto: li scrive il modello, e spesso nessuno li guarda più.

Il 1° ottobre 2026 Google ha aggiornato due pagine delle sue istruzioni ufficiali per chi pubblica sul web. Il messaggio, detto semplice, è questo: Google non vieta i contenuti fatti con l'AI, ma chiede che una persona li rilegga prima di pubblicarli. E per una piccola impresa che ha un sito, o che sta per farselo fare, la domanda giusta da fare al fornitore diventa una sola: "chi l'ha riletto?".

Cosa è cambiato il 1° ottobre

Le pagine sono due, entrambe su Google Search Central, il sito dove Google spiega a chi fa siti come funziona la sua ricerca.

La prima si chiama "Usare contenuti generati con l'AI". Dice che è fondamentale verificare e rivedere a mano tutto quello che l'AI ha scritto, per accuratezza e affidabilità, prima di metterlo online. E aggiunge un dettaglio che quasi nessuno considera: la revisione vale anche per le parti nascoste della pagina, quelle che il visitatore non vede sul sito ma che Google mostra nei risultati di ricerca. Cioè:

  • il titolo della pagina (la riga blu che compare su Google);
  • la meta description (le due righe di testo sotto il titolo nei risultati);
  • i dati strutturati (informazioni scritte apposta per Google, come orari, indirizzo, prezzi);
  • i testi alternativi delle immagini (la descrizione di ogni foto, letta da Google e da chi usa un lettore per non vedenti).

La seconda pagina si chiama "Creare contenuti utili" e spiega come Google valuta il testo principale di una pagina. I criteri sono quattro: lo sforzo, l'originalità, la competenza, l'accuratezza. Generare pagine in automatico, o usare l'AI per produrre grandi quantità di testo senza che nessuno lo controlli o lo curi, per Google vale "poco o nessuno sforzo".

Le due cose che Google chiama sbagliate

Nelle due pagine ci sono due comportamenti indicati in modo esplicito come sbagliati.

Il primo: tante pagine in serie che non servono a chi legge. Usare l'AI per creare molte pagine senza dare un valore vero agli utenti può violare la regola di Google contro l'"abuso di contenuti in scala" (in inglese scaled content abuse). Detto in parole povere: cento pagine quasi uguali, una per ogni città o per ogni variante di prodotto, scritte dalla macchina solo per comparire su Google. È la scorciatoia che qualcuno vende come il modo veloce per farsi trovare su Google, e Google la chiama col suo nome.

Il secondo: i finti autori. Inventare profili di chi scrive, con foto generate dall'AI, nomi inventati o titoli falsi per far sembrare un testo scritto da un esperto, per Google è una forma di inganno. E un sito che inganna, scrive Google, è un sito di cui non ci si può fidare.

C'è poi un consiglio, più che una regola: spiegare come è stato creato un contenuto, se chi legge se lo chiederebbe, con parole adatte al proprio pubblico. Per chi vende online c'è anche un obbligo tecnico: le immagini dei prodotti generate con l'AI vanno segnalate come tali nei dati del file, e se ne occupa chi gestisce il negozio.

Cosa vuol dire per una piccola impresa

Se hai un sito, o ne stai facendo uno, la notizia non è che l'AI è vietata. È il contrario: Google accetta i testi scritti con l'AI, a patto che una persona li abbia controllati e che servano davvero a chi legge.

Questo sposta l'attenzione da "chi l'ha scritto" a "chi ne risponde". Un sito fatto con l'AI in un pomeriggio può andare benissimo. Ma se nessuno ha controllato che gli orari siano giusti, che il numero di dipendenti sia quello vero, che la descrizione su Google parli davvero di te e non di un'azienda simile, quel sito lavora contro di te. Con i clienti prima ancora che con Google.

Nei giorni scorsi Google ha anche aperto a tutti uno strumento, SynthID Detector, che riconosce immagini, video e audio prodotti da alcune intelligenze artificiali. Ma chi l'ha provato fa notare che non riconosce i contenuti fatti con modelli che non lasciano quel segno, e non distingue un'immagine creata da zero da una solo ritoccata. Quindi non c'è una macchina che controlli la macchina: l'unico controllo affidabile resta una persona che rilegge.

Il sito fatto con l'AI va riletto: sì o no?

Sì. Secondo le istruzioni aggiornate da Google il 1° ottobre 2026, ogni testo generato con l'AI va rivisto da una persona prima della pubblicazione, compresi i titoli, le descrizioni che compaiono nei risultati di ricerca e i testi delle immagini. Non è un divieto di usare l'AI: è la richiesta che qualcuno controlli quello che esce.

La verifica da cinque minuti sul tuo sito

Non serve un tecnico. Apri Google, cerca il nome della tua azienda e guarda le pagine del tuo sito. Poi controlla queste cinque cose.

  1. Il titolo della pagina. La riga blu su Google dice chi sei e cosa fai, con parole che userebbe un tuo cliente? O è generica, uguale a quella di cento concorrenti?
  2. La descrizione sotto il titolo. Quelle due righe parlano della tua azienda, con dettagli veri? Se sembrano scritte per chiunque, probabilmente lo sono.
  3. I testi delle foto. Chiedi a chi ti ha fatto il sito di mostrarti le descrizioni delle immagini. Spesso sono vuote, oppure sono frasi inventate che non c'entrano con la foto.
  4. Numeri e fatti. Anni di attività, numero di clienti, certificazioni, orari, indirizzo. Sono giusti e aggiornati? L'AI tende a riempire i vuoti con cifre plausibili, e una cifra sbagliata sul sito è una promessa che non puoi mantenere.
  5. La pagina "chi siamo". Ci sono persone vere, con nomi veri e foto vere? Se il sito mostra un "team" che non esiste, è proprio il caso che Google chiama inganno.

Se anche solo una di queste cinque non ti convince, la prossima telefonata a chi ti segue il sito ha già l'argomento: "chi ha riletto questi testi prima di pubblicarli?".

La regola che uso anche con gli agenti

Mi chiamo Ludovico Jommi, faccio formazione sull'intelligenza artificiale e costruisco sistemi AI per piccole e medie imprese italiane. Quello che Google ha messo per iscritto è la stessa regola che applico a ogni agente che costruisco: l'agente prepara, la persona conferma. L'AI scrive la bozza, che sia una mail a un cliente o il testo di una pagina; l'ultima parola resta a qualcuno che conosce l'azienda e ne risponde.

Ne ho parlato più a lungo quando ho scritto dei controlli che servono in azienda per accorgersi in tempo degli errori dell'AI: il principio è lo stesso, cambia solo dove si applica.

In pratica

Da ottobre 2026 Google lo dice in modo esplicito: i testi scritti con l'AI vanno bene, purché una persona li rilegga e purché servano a chi legge. Le due cose che non accetta sono le pagine fatte in serie solo per comparire nelle ricerche e gli autori inventati. Per una piccola impresa la conseguenza è semplice: usare l'AI per il sito si può, pubblicare senza rileggere no.

Se vuoi capire dove l'AI può davvero farti risparmiare tempo in azienda, e dove invece serve sempre l'occhio di una persona, ho messo il criterio in una guida gratuita: si legge in dieci minuti, senza paroloni.

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